Caro Babbo Natale, quest’anno la nostra Genova ha bisogno di te.

Caro Babbo Natale,

è passato solo un mese dalla tragedia del Viadotto sul Polcevera, meglio conosciuto come “Ponte Morandi”. In queste settimane, al bar, in studio, per la strada e sui social non si è parlato d’altro, escludendo la breve parentesi riservata all’inizio del campionato. Abbiamo visto come le parole possono costruire un castello e poi distruggerlo con un colpo di vento, un fulmine direbbe qualcuno. Morti e lacrime, macerie e zone rosse, politici applauditi e fischiati, persone senza casa e famiglie distrutte, industrie paralizzate dal futuro spezzato. Quel ponte ERA il simbolo della Genova moderna ed industriale, era il vessillo di un’identità che non esiste più, o che quantomeno è stata ridimensionata. Quel ponte era un simbolo di speranza, ora è diventato il simbolo della nostra decadenza. La sensazione di smarrimento è palpabile in tutta la città senza eccezione alcuna. 

Guardandolo adesso, senza tutte quelle macchine e quei TIR che sfrecciano nelle due direzioni, si capisce tutta la sua fragilità, ma noi riusciamo ancora sentire la sua voce. Se lo si guarda bene quel ponte serve a tutti noi, che lo abbiamo percorso migliaia di volte senza osservarlo; a noi che abbiamo sorpassato camion e camper con la nostra utilitaria, sobbalzando sui giunti stradali. Quel ponte serve a noi, perché solo adesso possiamo guardarlo ed ascoltarlo. Ha ottenuto finalmente la nostra completa attenzione e non vorrebbe che andasse sprecata. Le alternative ci sono, ce ne saranno a dozzine; anche grandi Architetti di fama Internazionale hanno focalizzato la loro attenzione sul ponte come mai si erano sognati di fare negli anni scorsi. Se stiamo ad ascoltarlo, tra le grida delle vittime rimaste intrappolate nel crollo e lo scrosciare della pioggia possiamo sentire forte e chiaro il suo messaggio di dolore. Perché forse non ci siamo presi abbastanza cura di lui, oppure perché siamo talmente ciechi da non riuscire ad immaginare un futuro senza di lui. Probabilmente perché per realizzare un simbolo come il Morandi è necessario avere chiara un’identità collettiva. Un obbiettivo comune, un senso di appartenenza e di fratellanza che non esiste più. Un senso di città inteso come collettività, dove le strade, le piazze ed i cortili sono sotto la responsabilità di ognuno di noi. La nostra Genova è spaventata. Ha paura dei crolli, delle alluvioni, delle rapine, degli stranieri, di essere povera, ha paura dei turisti, dei profeti e delle puttane.

Vorremmo che la paura lasciasse il posto alla speranza. Vorremmo che il ponte Morandi diventasse il trampolino per il futuro della nostra città, lontano da sterili polemiche e tristissime invidie. Vorremmo vedere una gara di solidarietà emotiva e non economica. Vorremmo che nessuno si arrendesse all’evidente decadenza che ci colpisce. Vorremmo che tutti vedessero in questa tragedia un’occasione di rinascita, di rigenerazione. Vorremmo che le persone, che si occuperanno del futuro della città e del ponte, partissero dall’idea che l’identità di Genova è cambiata negli anni e che loro hanno la responsabilità di ri-disegnarne i contorni. Adesso, però, hanno tutti fretta di trovare un colpevole. Hanno tutti bisogno di piangere i loro cari. Hanno tutti la testa talmente piena di paura che nessuno osa pensare al nostro domani.

Ci rendiamo conto che è parecchio tempo che non ci rivolgiamo a Te, ma sei rimasto la nostra ultima speranza, perché le persone reali hanno disimparato ad ascoltare, a prendersi le proprie responsabilità e a prendersi cura delle proprie città. 

Con affetto

Disordine degli Architetti

 

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